La pescagione a Lacco Ameno

Nei capitolati per l'appalto della Tonnara di Lacco Ameno sempre viene fatto salvo e consentito il cosiddetto "Volo della Pietra grossa" che i pescatori lacchesi possono liberamente praticare. Questa possibilità sta a dimostrare come questa pesca effettuata con la "sciabica" sia stata particolarmente importante ed abbia dato un contributo, si può dire, alla buona alimentazione della popolazione. Non bisogna infatti dimenticare che questo piccolo paese ebbe nell'agricoltura e nella pesca le sue attività principali fino all'avvento del turismo degli anni '50. Il "Volo della Pietra grossa" (soltanto alla fine degli anni '40 si trova il termine "Fungo") è detto così perché si effettuava a levante del famoso scoglio, su un tratto di mare il cui fondale è costituito da sabbia, posidonia, fango e qualche scoglio in profondità abilmente evitato dai pescatori nel calare le reti. Su simile fondale, soprattutto nella stagione autunnale, dimoravano diverse specie di pesci: vope, calamari, sparaglioni, triglie, "spigarelli", "mafroni", luvri, aguglie e soprattutto "fragagli" e "rotondi". L'impianto della "sciabica" iniziava dalla spiaggia (ad Est del Fungo) o addirittura dalla strada soprastante e si concludeva sulla spiaggia stessa. I pescatori partivano con il loro gozzo a remi dalla riva e stendevano prima una lunga cima a cui era legata la rete: un primo tratto a maglie molto larghe, seguito da quello a maglie strette terminante con il cosiddetto "sacco"; i due lati della rete erano perfettamente uguali e paralleli. Lo specchio di mare interessato era di oltre trecento metri, come detto, a levante del Fungo con proiezione verso Nord. Disposto tutto l'impianto della rete, con una esecuzione abbastanza veloce, il gozzo si riportava a riva con l'altra estremità della corda.

I pescatori disposti in fila su due lati a distanza inizialmente di una trentina di metri, con gesti uguali e sincronici iniziavano a recuperare la rete. Occorrevano una decina di persone ed un paio d'ore di intenso lavoro per completare tutta l'operazione che culminava quando il sacco veniva tirato sul bagnasciuga, rendendo così evidente tutto il pescato che man mano era confluito nella parte estrema del "sacco". Intanto, mentre la rete si avvicinava alla riva, sempre più numerose erano diventate le persone sulla spiaggia o sulla strada per curiosità o perché interessate ad acquistare il pesce che ancora vivo e guizzante veniva immediatamente venduto. Si trattava soprattutto di "rotondi", ma non mancavano , come detto, aguglie, qualche sarago, calamari ed altre specie. Le persone acquistavano il pesce ed in mancanza di carta per avvolgerlo (non esistevano ancora le comode, ma problematiche, buste di plastica) usavano il proprio fazzoletto che veniva tenuto con accortezza dagli spigoli. Mentre un pescatore effettuava la vendita, cosa che richiedeva molta abilità e colpo d'occhio per valutare la qualità del pesce scelto, il peso, i soldi da prendere, il resto da dare, etc., gli altri raccoglievano tutto l'impianto (mestiere) nel gozzo per procedere subito ad un nuovo "volo", in caso di valutazione favorevole.

Questo "volo" detto "della Pietra grossa" si pratica ancora oggi nello stesso specchio d'acqua. Tutte le operazioni però si svolgono direttamente dalla barca dei pescatori, perché la scogliera del Capitello, realizzata a protezione di Via Roma e dell'abitato, non consente ormai di stendere l'antico, tradizionale, impianto (volo). è venuto così a mancare un autentico spettacolo a cui generazioni di lacchesi e tanti forestieri avevano avuto opportunità di assistere. Lungo la costa di Lacco Ameno la pesca con la "sciabica" viene praticata ancora oggi a qualche centinaio di metri dalla riva nella Baia di San Montano e in un tratto di mare antistante la litoranea Casamicciola-Lacco, in direzione della spiaggetta della Rotonda. Quello però famoso, perché rimane nella storia di questo paese, è il cosiddetto "Volo della Pietra grossa". La 'Ncannucciata Anche questo ormai è un "mestiere" (sistema di pesca) scomparso. Veniva praticato ancora alla fine degli anni '60 a Lacco Ameno, durante i mesi estivi da pescatori provenienti da Pozzuoli. Erano 4 o 5 che si presentavano con due gozzi di sette/otto metri di lunghezza, l'uno a motore e l'altro a rimorchio. Sul primo a poppa era sistemata una rete normale, a maglie strette e con galleggianti adatti per tenerla in superficie, mentre il piombo si adagiava sul fondo; sull'altro gozzo era appoggiata da una murata all'altra la cosiddetta "ncannucciata". Si trattava di una rete larga circa m. 2,50 a doppio strato di maglie (stretto quello inferiore e molto largo il superiore), la quale era tenuta distesa sulla superficie dell'acqua da canne disposte ad opportuna e regolare distanza l'una dall'altra. Gli specchi di mare interessati erano quello a ponente del pontile, compreso tra la scogliera e la spiaggia, e l'altro antistante lo scoglio del Faro al Capitello.

I pescatori aspettavano il momento propizio, ormeggiati all'ombra dell'ex pontile d'imbarco, quando il tratto di mare era del tutto libero dai bagnanti e da eventuali imbarcazioni. Allora, fatte le opportune valutazioni, la prima barca, condotta a remi, cingeva lo specchio di mare realizzando una perfetta circonferenza; dall'altro gozzo i pescatori immediatamente stendevano la "ncannucciata" lungo i galleggianti della rete precedentemente disposta, in modo da formare una circonferenza esterna con la rete che era tenuta adagiata sull'acqua dalle canne. Terminata questa operazione, la barca a remi si portava all'interno, un uomo era ai remi e l'altro da poppa lanciava e recuperava continuamente un pezzo di marmo bianco legato ad una cima, mentre il gozzo si spostava in tutte le direzioni. I cefali, spaventati, non trovando via di fuga sott'acqua perché impediti dalla rete, saltavano per superarla, ma restavano impigliati nella seconda rete tenuta a galla dalle canne. Molte persone dal pontile assistevano a questo eccezionale spettacolo che durava alcuni minuti. Quando non vedevano più cefali saltare, i pescatori incominciavano a recuperare prima la rete esterna dove i pesci erano restati intrappolati e successivamente quella interna. Allora quegli specchi di acqua erano limpidissimi e sul fondo, costituito da sabbia ed alghe, si raccoglievano in abbondanza i cefali, anche di notevole grandezza. Dal 1970 in poi questa pesca non è stata più praticata, forse per lo sviluppo della nautica da diporto, forse perché giustamente sono intervenute leggi che vietano la pesca così vicino alla costa, o forse anche perché quei pescatori così abili non hanno avuto poi seguaci che continuassero un "mestiere" così particolare quale fu quello della "ncannucciata".

La Rassegna di Ischia - www.larassegnadischia.it

Condividi