Ernst Bursche, un artista che visse a lungo a Forio d'Ischia

A chi non è capitato di trovarsi perplesso di fronte a un quadro di un pittore moderno? E allora la lettura di un a nota critica talvolta aiuta la comprensione e a superare lo smarrimento, altre volte siamo presi da un moto che aumenta l'opacità dell'opera grazie ad una critica tanto dotta quanto verbosa e oscura. Per Ernst Burche occore un occhio diverso: la sua pittura è limpida e chiara, e non si tratta di presunzione quando, oltre alla competenza pittorica, ci si trova al cospetto di uno sguardo analitico ben dosato in tutti i suoi equilibri.

Ma perchè indugiare nel giudizio e nei concetti quando la nostra propensione è rivolta alla rotondità della figura, alla perfezione con cui ogni rappresentazione si staglia, distinguendosim contro lo sfondo del Tutto (o del Nulla)? Mi pare - si parli di nature morte o di volti - che il ritratto sia l'essenza della sua stessa pittura. Da un lato "uno" che ritrae cercando una verità con pennellate che frammentano e uniscono per riordinare la natura in formazioni solide, e che a poco a poco vede nascere una somiglianza; dall'altro "uno" che vive nell'altrove, pronto ad essere moltiplicato in un gioco di metamorfosi successive. E il tutto dietro un desiderio di espressione, di forze oscure ed interiori che reggono in magico equilibrio.

Alla fine il luogo non sembra quel luogo e il dolore che fluttua in superficie si deposita in una massa esile e densa, così come parimenti la storia del mare si condensa in una conchiglia. Lentamente la psicologia del pittore e le sue forze primordiali si stanno trasformando in un quadro. L'evoluzione pittorica in Bursche - come accennato dianzi- vive di due grandi direttive: del ritratto e della natura morta. Nella prima, molti volti di donna rimandano a prototipi della ritrattistica quattrocentesca per un certo accademismo del disegno e rispetto meticoloso dell'anatomia, oltre all'attitudine per la rappresentazione realistica.

Le figure sono statiche, prive di vita disordinata e precaria, lontane da una concezione plastica che intende identificarsi con strutture di geometria e di volumi, prive di enfasi ma suggerenti un vissuto che nasconde il primogenito dolore. Nella seconda -quella della natura morta- la capacità pittorica è filtrata da un sapiente dosaggio delle luci e delle ombre e da una straordinaria intuizione delle qualità espressive dello spazio, sotteso a una volontà precisa di esaltazione del rapporto figura/ambiente.

L'economia dei mezzi pittorici esalta l'armonia dei colori, corrispondendo all'essenzialità figurativa della composizione. Ed eccoci a parlare della luce del sud e dell'influenza sulla sua pittura; essa rappresenta una forza gravitazionale con quei vincoli di spazio, la luna, gli oggetti, le piante, le congiunzioni persino eleganti, fino a tremare sui fianchi. La luce è un silenzio d'acqua dolce, una sala di attese dove tenersi per mano e forse dire d'amore, con la testa poggiata sulla spalla di qualcuno. La luce diventa la ricerca essenziale quando campeggia nell'incarnato dei volti come polvere luminosa e piove sulla tela, sulle assorte e rassegnate figure femminili; da esse sembra per vie misteriose uscire e promanare come una alone che modella, un lento chiarore soffuso in aure avvolgenti. La luce fonde ed abbraccia, compenetra, vista e recuperata come energia fluente dentro la materia, quella materia che nella sua pittura vibra di delicatezze e che rivela la presenza d'uno spirito sospeso, attento e anche un pò stupito: è il silenzio che parla, raggiunta ed espressa la stessa emozione nel racconto delle umili cose.

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